Il granaio marcito
La Sicilia di Lombardo è diventata un malanno contagioso. Ecco come
Dicono che ieri pomeriggio, al Quirinale, un Mario Monti molto preoccupato ne abbia parlato a lungo anche con Giorgio Napolitano: la Sicilia è tecnicamente fallita, e come dice Pier Ferdinando Casini, che intercetta spesso gli umori che agitano i corridoi tra Palazzo Chigi e il Quirinale, “dobbiamo fermare subito questa deriva. Non vogliamo che il disastro siciliano contagi tutta l’Italia”. E il leader dell’Udc, che non lo ama più, adesso allude a quel commissariamento di Raffaele Lombardo sul quale forse ieri è arrivato il via libera del capo dello stato

Dicono che ieri pomeriggio, al Quirinale, un Mario Monti molto preoccupato ne abbia parlato a lungo anche con Giorgio Napolitano: la Sicilia è tecnicamente fallita, e come dice Pier Ferdinando Casini, che intercetta spesso gli umori che agitano i corridoi tra Palazzo Chigi e il Quirinale, “dobbiamo fermare subito questa deriva. Non vogliamo che il disastro siciliano contagi tutta l’Italia”. E il leader dell’Udc, che non lo ama più, adesso allude a quel commissariamento di Raffaele Lombardo sul quale forse ieri è arrivato il via libera del capo dello stato: è nell’aria la rimozione del governatore, per sopravvenuto fallimento politico oltre che economico. E difatti quella di Don Raffaele non è soltanto la storia di un inquietante buco di bilancio, di una gestione clientelare e fuori controllo della spesa pubblica, ma è anche la bancarotta di un preciso schema politico, di una saldatura non inedita ma scostumata tra potere pubblico e interessi privati, tra i buoni sentimenti dell’antimafia e la cattiva coscienza di chi l’ha trasfigurata in un torbido sistema di potere che dal 2008 a oggi ha visto cambiare cinque governi regionali in quattro anni, fino al disastro finanziario.
Il potere di Lombardo è un omogeneizzato tra l’automismo clientelare così antico in Sicilia e la logica di un’antimafia che tra Palermo e Catania si è fatta sistema, professione, al punto da aver raggiunto proprio con Lombardo il sommo paradosso di essersi alleata con un indagato per mafia. Ma ci si è arrivati per gradi. Eletto nel 2008, alla testa di una normale giunta di centrodestra, con il Pdl e l’Udc, dopo appena dieci mesi Lombardo sbaracca il suo primo governo, provoca una scissione nel Pdl e si allea con Gianfranco Micciché, il viceré berlusconiano, l’artefice del sessantuno a zero di Forza Italia contro l’Unione alle elezioni del 2001. Ma dura poco, pochissimo, l’alleanza con Micciché. A Palermo dicono che “Cuffaro mangiava e faceva mangiare, mentre Lombardo vuole mangiare da solo” e dunque anche Micciché, con le sue clientele diverse da quelle di Lombardo, viene allontanato. Si compone così, nel 2010, una giunta monocolore, un nuovo governo fatto da tecnici fedelissimi del presidente, grandi professionisti dell’antimafia: un’adunata antiberlusconiana dove non potevano mancare i residui più roboanti e giustizialisti dell’ala finiana del Pdl.
L’inedita adunata antiberlusconiana
Si costituisce dunque, attorno a Lombardo, una struttura di comando regionale garantita, in Aula, con un ribaltone, dal voto del Partito democratico (che nel frattempo Don Raffaele era riuscito a dividere, dopo aver spaccato anche il partito di Berlusconi). Ed è qui che le cose si fanno interessanti; è qui che nasce una nuova, strana, e lombardiana antimafia del potere. Tutto infatti precipita quando il governatore siculo, dotato di un fiuto spaventoso per la roba, annusa che nei corridoi della procura di Catania qualcosa si muove contro di lui: si preparano guai con la giustizia, si addensano ombre, addirittura si sussurra di un’accusa che poi sarebbe stata effettivamente formalizzata, quella di concorso esterno in associazione mafiosa (Lombardo è a processo anche per voto di scambio). Ed è a questo punto che il governatore costruisce attorno a sé un’antimafia prêt-à-porter, pensando, magari a torto, di poter guadagnare qualche credito, di poter essere protetto almeno sotto il profilo dell’immagine pubblica. Si costituisce dunque quella singolare forma di potere giustizialista e antimafioso, getto vegetale di antica pianta antiberlusconiana, che guidata da un inquisito per mafia ha governato fino a oggi la Sicilia, fino alla bancarotta.
L’inedita adunata antiberlusconiana
Si costituisce dunque, attorno a Lombardo, una struttura di comando regionale garantita, in Aula, con un ribaltone, dal voto del Partito democratico (che nel frattempo Don Raffaele era riuscito a dividere, dopo aver spaccato anche il partito di Berlusconi). Ed è qui che le cose si fanno interessanti; è qui che nasce una nuova, strana, e lombardiana antimafia del potere. Tutto infatti precipita quando il governatore siculo, dotato di un fiuto spaventoso per la roba, annusa che nei corridoi della procura di Catania qualcosa si muove contro di lui: si preparano guai con la giustizia, si addensano ombre, addirittura si sussurra di un’accusa che poi sarebbe stata effettivamente formalizzata, quella di concorso esterno in associazione mafiosa (Lombardo è a processo anche per voto di scambio). Ed è a questo punto che il governatore costruisce attorno a sé un’antimafia prêt-à-porter, pensando, magari a torto, di poter guadagnare qualche credito, di poter essere protetto almeno sotto il profilo dell’immagine pubblica. Si costituisce dunque quella singolare forma di potere giustizialista e antimafioso, getto vegetale di antica pianta antiberlusconiana, che guidata da un inquisito per mafia ha governato fino a oggi la Sicilia, fino alla bancarotta.
Il pilota principale dell’operazione è stato infatti Giuseppe Lumia, deputato del Pd, già presidente della commissione Antimafia, accreditato presso le procure siciliane: è lui che rompe le file del Pd e sostiene Lombardo. E’ attorno a lui che si costituisce l’inedita adunata antiberlusconiana. L’uomo forte della nuova costruzione è Massimo Russo, magistrato che si racconta amico di Paolo Borsellino; a lui viene ceduto il ricco feudo della Sanità, ne diventa assessore e accoglie la gestione con senso del dovere, si circonda (e circonda Lombardo) di figure inattaccabili: Lucia Borsellino e Caterina Chinnici. Accanto a Russo dunque entrano dei nomi pesanti, figlie degli eroi morti ammazzati a Palermo. Chinnici, figlia del giudice istruttore ucciso il 29 luglio 1983, entra nel governo, prima da assessore alla Famiglia. Ora ha mollato, come molti altri, sostituiti a colpi di rimpasti, mentre le inchieste di Catania hanno reso problematico l’appoggio dei professionisti dell’antimafia, “Lombardo è un Cuffaro senza cannoli”, ha detto Antonio Di Pietro segnando la fine di un’epoca.
Ma Lombardo è ancora lì, cerca di evitare il commissariamento, resiste e attacca, ha trasformato Russo nel suo vicepresidente, erede, e curatore fallimentare della sua esperienza politica: “Il commissariamento è un colpo di stato. Abbiamo toccato i fili, e chi li tocca prende la scossa. Sui conti è stato alzato un polverone”, ha detto ieri Lombardo. Poi si è rivoltato contro Ivan Lo Bello, vicepresidente antimafia di Confindustria, che aveva denunciato il buco di bilancio: “Può andare a morire ammazzato”. Ormai, comunque, l’uscita di scena di Lombardo è un fatto scontato. Resta in piedi però il suo cerchio magico. Mentre la Sicilia cola a picco, loro se ne stanno accovacciati nelle ombrose stanze della regione e, come se nulla fosse, continuano ad amministrare potere e consulenze, miliardi e clientele. Negli ultimi giorni sono state fatte decine di nomine, a botta di dodici al giorno, in enti regionali, ospedali, assessorati. La Sanità soprattutto. Non mollano né il doppio petto né l’auto blu. Anzi. Impettiti, disegnano strategie per il futuro, ovviamente “nel supremo interesse della Sicilia”, e come se niente fosse, parlano di “alleanze omogenee”, di “programmi condivisi”, di “rilancio dell’economia” e di tutte le giaculatorie alle quali il gran teatro della finzione ci ha abituati. In un solo caso questi anguilloni mostrano il fiato corto. Ed è quando sono costretti a spiegare per quale ragione restano ancora al fianco di un presidente della regione la cui nave è naufragata nel fallimento economico e nella palude limacciosa di un’inchiesta giudiziaria per mafia.